Riflessioni da un incontro scientifico internazionale a Cuba
Lo scorso agosto ho avuto l’opportunità e l’onore di partecipare ad un incontro scientifico internazionale sulle arbovirosi, svoltosi a L’Avana. Ho partecipato all’evento in qualità di Psicologo Clinico (unico rappresentante della mia disciplina, visto il generale disinteresse dei miei colleghi Psicologi alla clinica infettivologica!). Al mio rientro in Europa, i dati relativi alle infezioni virali vettoriali autoctone nel Vecchio Continente risultavano particolarmente allarmanti: in Italia, a Fano, si registrava un focolaio significativo di Dengue, mentre in Spagna si osservavano nuovamente casi di West Nile.

Presso l’Istituto di Medicina Tropicale dell’Avana ho avuto modo di confrontarmi con professionisti provenienti da vari continenti, operanti nei settori clinico, entomologico e microbiologico. Spinto dalla mia formazione e dai miei interessi, il mio focus era prevalentemente rivolto alla clinica. Dal punto di vista clinico, infatti, le arbovirosi rappresentano una sfida diagnostica e terapeutica non trascurabile. Le sindromi febbrili virali sono spesso clinicamente indistinguibili nelle fasi iniziali e richiedono pertanto una diagnosi differenziale rapida e accurata da parte del medico. A ciò si aggiunge la necessità di considerare le possibili sequele psicofisiologiche, che sollevano – in modo particolare per chi, come me, si occupa di psicofisiologia clinica – interrogativi e criticità degni di approfondimento. Nel panorama delle malattie infettive emergenti, le arbovirosi rappresentano una delle minacce più rilevanti e al tempo stesso più sottovalutate dalla medicina occidentale. Infezioni virali trasmesse da artropodi ematofagi — in primis zanzare e zecche — come Dengue, Chikungunya, Zika, o le encefaliti da Flavivirus e Bunyavirus, si stanno espandendo a ritmi allarmanti, oltrepassando i tradizionali confini tropicali e manifestandosi anche in regioni temperate, compresi diversi Paesi europei.
Le arbovirosi oggi non devono essere interpretate come patologie “esotiche”, ma come infezioni pienamente inserite nel contesto della salute globale, aggravate da fattori quali il cambiamento climatico, l’urbanizzazione disordinata, la perdita di biodiversità e la crescente mobilità umana. L’Aedes aegypti e l’Aedes albopictus, in particolare, si sono dimostrati vettori estremamente adattabili, capaci di colonizzare ambienti metropolitani e suburbani anche in regioni temperate, dove ormai da anni si registrano casi autoctoni, come è accaduto nel 2023 a Fano, in Italia.

Un punto cardine emerso durante l’incontro riguarda l’imprescindibilità dell’entomologia medica nella comprensione e nella gestione delle arbovirosi. Non si può parlare seriamente di controllo di queste infezioni senza affrontare il tema della dinamica vettoriale. La competenza di un artropode nel trasmettere un determinato arbovirus, la sua densità locale, i suoi comportamenti ecologici e la sua suscettibilità ai repellenti o agli insetticidi rappresentano dati cruciali nella definizione delle strategie di contenimento.
All’interno dei lavori scientifici presentati, è emersa in modo chiaro la necessità di superare l’approccio settoriale, integrando le competenze del clinico, del microbiologo, dell’epidemiologo e dell’entomologo in un paradigma One Health. Non si tratta di un concetto retorico: il virus, il vettore e l’ospite umano coesistono in un ecosistema complesso, che deve essere studiato e gestito come tale. La conoscenza virologica — pur fondamentale — da sola non basta, se non è accompagnata da un attento monitoraggio entomologico e da politiche sanitarie orientate alla prevenzione ambientale.
Durante il mio soggiorno a Cuba, mi ha colpito la profonda sinergia tra ricerca applicata e prassi quotidiana di sanità pubblica. Le strategie di controllo vettoriale vengono implementate non come misure emergenziali, ma come parte integrante del tessuto urbano e della vita sociale, con un coinvolgimento attivo della popolazione e una continua interazione tra tecnici di laboratorio, epidemiologi ed entomologi di campo. Si tratta di un modello operativo che merita attenzione anche nei contesti europei, dove le risposte alle emergenze infettive tendono ancora a essere frammentarie e tardive. In conclusione, le arbovirosi non sono semplicemente una categoria di patologie virali: sono un indicatore del disequilibrio ecologico e sanitario globale. La loro gestione richiede conoscenza profonda, cooperazione transdisciplinare e una visione integrata della salute. Esperienze come quella vissuta a Cuba rafforzano la necessità di pensare oltre i confini geografici e disciplinari.